Good Enough Parents v/s Good Enough Workers

Good Enough Parents v/s Good Enough Workers

Dall'affanno dell'efficienza alla qualità della sintonizzazione: il ruolo dello psicologo perinatale e della rete di cura

Nel 2026 una donna può votare, può ricoprire ruoli politici e militari, può guidare e può indossare un paio di pantaloni senza nemmeno pensarci. È la quotidianità. Oggi non fa così strano, ma un secolo fa la donna non poteva partecipare alle elezioni, e si è dovuto attendere la fine degli anni Settanta perché i comportamenti discriminatori sul luogo di lavoro venissero ufficialmente condannati. È stata fatta tanta strada e ancora ne resta da fare, ma la donna ora è sullo stesso fronte dell’uomo: ricopre cariche manageriali, lavora a tempo pieno, può essere imprenditrice.

Tuttavia, l’imperativo oggi è l’essere efficienti e produttivi, secondo la prospettiva di un egoismo competitivo inteso come motore del progresso. Questa dinamica risponde a quella che il filosofo Byung- Chul Han (2012) definisce la "società della prestazione", dove l'individuo è spinto a un'auto-ottimizzazione costante che non ammette pause. Non c’è tempo da perdere: bisogna rispettare i KPI, soddisfare il cliente, fare carriera. Questo affanno riflette la cultura del cosiddetto "Ideal Worker" (Acker, 1990), un modello di lavoratore "ideale" costruito su una matrice maschilista, ovvero un individuo percepito come privo di responsabilità di cura e totalmente dedito alla produzione.

In questo paradigma, la maternità viene messa in secondo piano perché percepita come un'interferenza rispetto ai ritmi della "società dell'accelerazione" (Rosa, 2015). Questo affanno porta la maggior parte delle donne a trascurare una parte essenziale che fa parte di loro: la maternità. Attenzione, non si parla di una tappa obbligata; ognuna deve essere libera di scegliere se diventare madre o no. È vero però che, molto spesso, non si diventa madri per volontà ma per impossibilità, o lo si diventa con sacrificio e senso di colpa, schiacciate tra il desiderio biologico e un sistema economico che non prevede spazi per la vulnerabilità e la cura.

La società attuale non è costruita per dare spazio alla donna nella sua interezza, ma solo alla sua versione efficiente e produttiva. Le fonti parlano chiaro: secondo ISTAT (2024), l’Italia risente di un calo demografico senza precedenti: nascono meno di 380.000 bambini. Inoltre, molte donne non riescono a tenere il ritmo e una madre su dieci perde o deve lasciare il lavoro dopo il primo figlio (Save the Children, 2024), oppure mantiene l'impiego dovendo però lavorare duramente per dimostrare che la maternità non ha intaccato la propria efficienza. Questo scontro tra le aspettative lavorative e la realtà della cura genera il cosiddetto Maternal Wall (Williams, 2004): una barriera di pregiudizi sistemici che limita la crescita professionale delle madri, alimentando in loro un costante senso di colpa e il timore di non essere mai 'abbastanza' in nessuno dei due ambiti.

Quell'istinto che spinge la madre a mettere il figlio davanti a ogni impegno lavorativo — e quel senso di colpa che punge quando non può farlo — ha radici antiche. Non è fragilità emotiva, ma un segnale biologico: il neonato, nei suoi primi tempi di vita, ha una necessità assoluta della presenza costante del principale caregiver (Schore, 1994). Questo legame è il fondamento indispensabile per una crescita sana e per prevenire fragilità esistenziali nel futuro.

Il ruolo cruciale della madre

"Il cervello umano è un organo sociale che viene costruito attraverso l'interazione con altre menti." (Schore, 1994).

Allan Schore, psicologo e ricercatore statunitense, ha dedicato la sua carriera a unire due mondi che per lungo tempo sono rimasti separati: la psicologia dello sviluppo e le neuroscienze. È fondamentale citarlo perché le sue ricerche hanno dimostrato che le interazioni tra madre e bambino non sono "solo" espressioni d'amore, ma veri e propri eventi biologici.

Infatti, quando madre e figlio si guardano (Visual Attachment), avviene uno scambio di dati ad alta velocità: le espressioni facciali della madre colpiscono la retina del neonato, inviando segnali bioelettrici direttamente al suo emisfero destro. In quel preciso istante, nel cervello del bambino vengono rilasciate endorfine e dopamina, che agiscono come un "fertilizzante" per i neuroni del sistema limbico, il centro di comando delle emozioni. Mentre l’emisfero sinistro (legato alla logica e al linguaggio) nei primi mesi è ancora nelle fasi iniziali di maturazione, l’emisfero destro è dominante. Questo accade perché la sua attività è alla base della sopravvivenza: esso gestisce il sistema nervoso autonomo e decodifica il linguaggio non verbale (Schore, 2003).

Attraverso questa “sincronia biochimica”, l’emisfero destro del bambino può svilupparsi adeguatamente, permettendogli di creare una mappa del Sé solida e di imparare a gestire le emozioni forti. In questa fase, la madre funge da "regolatore esterno" del sistema nervoso del neonato: attraverso il contatto e la dolcezza, lo supporta nella regolazione dello stress fino a quando il bambino non diventerà capace di modularlo autonomamente.

A supporto di questa tesi troviamo gli studi di Michael Meaney (2001), pioniere dell’epigenetica, che ha dimostrato come le cure materne cambino fisicamente l'espressione dei geni che gestiscono lo stress. L'accudimento stimola infatti il rilascio di serotonina, che interviene bloccando la metilazione del DNA. Questo permette al gene NR3C1 di esprimersi correttamente e produrre i recettori necessari a captare il cortisolo, garantendo una reazione fisiologica equilibrata di fronte alle avversità (Weaver et al., 2004).

In sintesi, la maturazione del cervello nei primi due anni di vita dipende strettamente dalla "sintonizzazione" con la madre: lo sguardo, il tono di voce e il contatto fisico sono gli attivatori capaci di innescare la produzione dei fattori di crescita neuronale (BDNF1). Se questa figura di regolazione esterna viene meno, il bambino rischia di non acquisire gli strumenti biologici necessari per gestire lo stress nel corso della sua intera vita.

Il periodo critico

Secondo Allan Schore (2003), la finestra temporale critica per lo sviluppo dell'emisfero destro coincide con i primi due anni di vita (con un’enfasi particolare sui primi 18-24 mesi), momento in cui il cervello risulta più “plastico” e “affamato” di interazioni sociali. Nello specifico:

  • Dai 0 ai 9 mesi: si forma il legame di attaccamento primario. Il bambino "usa" il sistema nervoso del caregiver per regolare i suoi stati biologici, come sonno, fame e stress (Schore, 1994).

  • Dai 9 ai 24 mesi: inizia la fase di individuazione. La presenza della figura di riferimento è ancora fondamentale, ma serve ora a sostenere le prime esplorazioni e a gestire la "vergogna" o la paura che derivano dal primo impatto con il mondo esterno (Schore, 2001).

Per garantire una corretta stabilizzazione e l'autoregolazione affettiva, l’ideale sarebbe estendere questa attenzione ai primi tre anni di vita. In questo senso, si parla dei celebri "1000 giorni".

Fu la rivista scientifica The Lancet (2008) a introdurre originariamente il concetto di 1000 giorni, contati dal concepimento fino al secondo anno di vita, definendoli una “Finestra di Opportunità” in grado di determinare il futuro di un individuo. Sebbene la serie del 2008 fosse focalizzata sulla nutrizione (Series on Maternal and Child Undernutrition), ha aperto la strada alle successive edizioni del 2011 e 2017, che hanno introdotto il concetto di Nurturing Care. In queste pubblicazioni, la rivista ha stabilito che lo sviluppo cerebrale non dipende solo dalle calorie, ma dalla protezione dallo stress e dalle opportunità di apprendimento precoce attraverso la relazione con il caregiver (Britto et al., 2017). È stato dimostrato che lo "stress tossico", causato anche da separazioni precoci e prolungate senza un rimpiazzo affettivo adeguato, agisce negativamente sullo sviluppo neuronale.

Schore estende questa prospettiva focalizzandosi sui 1000 giorni dalla nascita (0-36 mesi), periodo in cui il cervello triplica il suo volume e completa la "cablazione" dei circuiti emotivi. L'argomentazione è lineare: se contiamo dal concepimento arriviamo ai 2 anni, ma se seguiamo la maturazione neurobiologica post-natale arriviamo ai 3 anni.

Fino ai 18-24 mesi, il bambino vive una fase di dipendenza assoluta per la regolazione dello stress; dai 24 ai 36 mesi, inizia a sviluppare le capacità dell'emisfero sinistro (linguaggio), ma necessita ancora del "porto sicuro" per stabilizzare le scoperte dell'emisfero destro. Solo intorno ai 3 anni il cervello raggiunge una maturità tale da poter gestire separazioni più lunghe senza che il sistema nervoso entri in uno stato di allarme. Questa prospettiva è coerente con gli studi classici di Margaret Mahler (1975) sulla “Separazione- Individuazione”, secondo cui il bambino raggiunge la "costanza dell'oggetto" — la capacità di mantenere un'immagine interna rassicurante della madre anche in sua assenza — solo verso il terzo anno di età.

Cosa succede se ciò viene a mancare

Tornando all’immagine della “persona efficiente”, molte madri sono impossibilitate a restare con il proprio bambino. Devono tornare al lavoro, mantenere la propria posizione e resistere in un contesto sociale complesso e insidioso. In molti casi, il neonato viene affidato a rotazione al padre, ai nonni, alla baby-sitter o alle educatrici dell’asilo nido. Sebbene il bambino inizi a interagire con diverse figure, questo continuo adattamento può comportare un lavoro neurale enorme, sottraendo stabilità e qualità all’interazione primaria.

Prima dei tre anni, una separazione prolungata (come le 8-10 ore quotidiane di nido) può essere vissuta dal bambino come una perdita reale, poiché egli non possiede ancora la struttura mentale per "ricordare" che la madre esiste anche quando non è visibile — un concetto che Margaret Mahler (1975) definisce "costanza dell'oggetto". Se il sistema nervoso del piccolo deve sintonizzarsi ogni giorno con persone diverse, fatica a trovare un "modello" stabile su cui costruirsi. Per questo è importante una figura di riferimento specifica: la madre, in particolare, è immersa in un “mix ormonale” dominato dall'ossitocina che facilita la sintonizzazione immediata tra i due emisferi destri (Feldman, 2012). Attraverso l'odore della pelle e il battito cardiaco, la madre risulta il "regolatore esterno" più naturale.

Tuttavia, può accadere che la madre sia fisicamente presente ma che insorgano ostacoli alla sincronicità. Le madri possono vivere emozioni contrastanti, dalla depressione post-partum al burnout derivante dalla difficoltà di gestire ogni aspetto della propria vita. Spesso provano un profondo senso di solitudine e stanchezza. Già nel XX secolo, Donald Winnicott (1965) sosteneva che il bambino, guardando il volto della madre, dovrebbe vedere “sé stesso”, ovvero le proprie emozioni riflesse. Se ciò non accade, il piccolo viene pervaso dall'angoscia e può sviluppare un "Falso Sé", adeguandosi ai bisogni dell'adulto per non perdere il legame e rinunciando alla propria crescita autentica.

È storico l’esperimento della Still Face di Edward Tronick (1989). Se il bambino vede un volto inespressivo e distaccato, tenta inizialmente di "riparare" la relazione sorridendo, vocalizzando o muovendo le braccia per riportare la madre alla sintonizzazione. Se fallisce, distoglie lo sguardo per evitare lo stress, inizia a piangere o a rannicchiarsi, mentre il livello di cortisolo aumenta drasticamente. Se la situazione si protrae, il bambino "si spegne" emotivamente per proteggersi dal dolore del rifiuto, spegnendo la comunicazione del suo emisfero destro. Come afferma Tronick: "Il bambino non è solo un essere che riceve cure, è un essere che cerca significato. Quando la madre smette di rispondere, il significato del mondo del bambino crolla".

A tal proposito, Allan Schore (2001) parla di veri e propri traumi relazionali quando l’emisfero destro della madre non è in grado di regolare lo stress — magari a causa di un passato difficile o di un ambiente lavorativo iper-stressante — contagiando il bambino con il proprio cortisolo.

Va però specificato che nessuna madre è sintonizzata al 100%: la salute mentale del bambino non dipende dalla perfezione, ma dalla capacità di riparare (Tronick, 1989). Può capitare di non capire un segnale o di distrarsi: è una "micro-Still Face" quotidiana. La differenza risiede nel rimediare a questa mancata sincronizzazione con un sorriso o una carezza. Se la riparazione avviene con successo, il bambino impara che il disagio può essere comunicato e gestito, sviluppando resilienza. Il problema sorge quando, per mancanza di tempo o supporto sociale, la madre non ha più le risorse emotive per effettuare tale riparazione, lasciando il bambino in uno stato di disconnessione prolungata.

La situazione in Italia vs mondo

Se guardiamo al concetto di sincronicità, appare evidente una forte asincronia tra i tempi biologici della crescita infantile e i ritmi dettati dalla politica lavorativa italiana.

Tra lo sviluppo sano del bambino e la politica lavorativa italiana sembra persistere una profonda asincronia. Secondo il D.Lgs. 151/2001, la madre ha diritto a un congedo di maternità obbligatorio di cinque mesi, mentre al padre spettano dieci giorni. La legge prevede poi il congedo parentale per un totale di dieci mesi entro i dodici anni del bambino (elevabili a undici se il padre ne usufruisce per almeno tre mesi). Con la Legge di Bilancio 2026, il diritto all’indennità per i lavoratori dipendenti è stato ulteriormente esteso fino ai quattordici anni d’età del minore.

Sotto il profilo economico, i periodi indennizzati coprono un massimo di nove mesi: tre mesi non trasferibili per ciascun genitore, più ulteriori tre mesi fruibili in alternativa, generalmente al 30% della retribuzione. Tuttavia, le Leggi di Bilancio 2023, 2024 e 2025 hanno introdotto maggiorazioni significative, elevando l’indennità all’80% per un massimo di tre mesi complessivi per la coppia, a patto che vengano utilizzati entro i sei anni di vita del bambino. Per i lavoratori autonomi, invece, la tutela resta più fragile: il congedo è limitato a tre mesi per genitore, da fruire entro il primo anno di vita, con un'indennità fissa al 30%.

In questo scenario di tutele parziali, molte madri si trovano di fronte a un drammatico bivio: rientrare precocemente al lavoro, mettendo in secondo piano lo sviluppo biologico sano del figlio, o abbandonare la professione. Paradossalmente, l'unica alternativa per restare vicina al proprio bambino nei primi 1000 giorni diventa spesso il licenziamento. Grazie alla normativa sulle dimissioni protette (Art. 55 D.Lgs. 151/2001), la madre può infatti accedere all'indennità di disoccupazione (NASpI) perché risulta un licenziamento per giusta causa (la nascita di un figlio è inconciliabile con i ritmi lavorativi). Questa fuga forzata dal lavoro non è solo una sconfitta economica per la donna, ma un fallimento della società che preferisce gestire una disoccupata piuttosto che sostenere una madre presente e una lavoratrice tutelata.

In molti paesi europei la situazione è radicalmente diversa perché il sistema è progettato per non interrompere bruscamente il legame. In Estonia, si garantisce oltre un anno e mezzo di congedo pagato al 100%, coprendo gran parte dei primi 1000 giorni; in Svezia, si arriva a circa 16 mesi indennizzati all’80% (OECD, 2023). Questo permette una sintonizzazione costante senza il trauma del crollo economico.

Va detto che nessun welfare copre davvero i 3 anni con un congedo totale e ben retribuito. Tuttavia, la ricerca scientifica non chiede necessariamente l'isolamento totale della madre dal mondo, ma la sua disponibilità emotiva e biologica. La differenza all'estero è che il distacco non è un "muro" che cade al quinto mese, ma un percorso graduale grazie ad una modalità part-time sovvenzionata. In Germania o Olanda, lo Stato integra lo stipendio di chi lavora meno ore per restare col figlio. In questo modo si garantisce la continuità dello sviluppo biologico: la madre non sparisce per 10 ore, ma resta un "regolatore" presente quotidianamente, evitando lo stress tossico nel bambino (European Commission, 2024).

In Italia permangono enormi difficoltà perché il part-time o la flessibilità non sono diritti pilastro del welfare, ma sono una "concessione" del datore di lavoro o un lusso che la famiglia deve pagarsi da sola (con la riduzione dello stipendio). Questo trasforma la scelta della madre in un aut-aut: o il rientro full-time precoce o le dimissioni totali (NASpI), spezzando quel ponte che all'estero permette di arrivare ai 3 anni con equilibrio.

E se non fosse la mamma?

Sebbene la madre sia naturalmente immersa in un mix ormonale che facilita la sintonizzazione immediata, le neuroscienze moderne, e in particolare gli studi di Ruth Feldman (2012, 2017), hanno dimostrato che il cervello umano si distingue per una straordinaria plasticità. Quando un padre, un nonno o un genitore adottivo assume il ruolo di caregiver primario, il sistema nervoso subisce una vera e propria riprogrammazione, attivando i medesimi circuiti dell'ossitocina e della regolazione emotiva tipici della maternità. È infatti emerso che il cervello umano non nasce "pre-impostato" per la genitorialità solo nelle donne, ma possiede una rete neurale chiamata "Global Parental Caregiving Network". Questa rete comprende aree emotive profonde (come l'amigdala) e aree cognitive superiori (corteccia prefrontale).

Negli uomini che assumono il ruolo di caregiver primari, la pratica quotidiana di interpretare i segnali del bambino, consolarlo e nutrirlo attiva questi circuiti. La plasticità cerebrale fa sì che il cervello del padre si sintonizzi profondamente sulla reattività emotiva, non per via di una trasformazione ormonale spontanea, ma come risposta diretta all'interazione continua. Questa attivazione riflette una vera e propria specializzazione dei circuiti dell'accudimento (Abraham et al., 2014). Inoltre, mentre nella madre l'ossitocina ha un picco biologico con il parto e l'allattamento, nel padre (o in qualsiasi caregiver primario) l'ossitocina aumenta attraverso il contatto pelle a pelle, il gioco e il contatto visivo. Feldman ha documentato che, dopo un certo periodo di cura esclusiva, i livelli di ossitocina nei padri sono indistinguibili da quelli delle madri.

Questo si ricollega anche a studi antropologici ed evolutivi: gli esseri umani sono "allevatori cooperativi" (Hrdy, 2009). Il neonato umano è talmente fragile che la natura ha previsto che più cervelli potessero sintonizzarsi con lui. Studi condotti su genitori adottivi e nonni mostrano la stessa attivazione del sistema dopaminergico della ricompensa: il cervello "premia" l'adulto che si cura del piccolo, indipendentemente dal legame di sangue, creando quel legame biochimico che Schore (1994) definisce fondamentale per l'emisfero destro.

Ciò che l'emisfero destro del bambino ricerca non è dunque una specifica figura di genere, ma la stabilità e la sensibilità della sintonizzazione. Come sostenuto dalle ricerche di Michael Lamb (2010), la qualità della relazione e la continuità della presenza sono i veri predittori di uno sviluppo sano. Nelle famiglie omogenitoriali, nei casi di padri single o in presenza di figure vicarie, la "funzione di riferimento" viene assolta con la medesima efficacia biologica, a patto che quel caregiver diventi lo specchio emotivo e il regolatore biochimico del bambino.

Pur avendo visto che ruolo e genere non sono determinanti, le difficoltà — in particolar modo in Italia — permangono e si complicano ulteriormente. Per le famiglie omogenitoriali, ad esempio, l'accesso ai congedi è tuttora un percorso a ostacoli. Nelle coppie di madri, la legge riconosce pieni diritti solo alla madre biologica, lasciando la madre intenzionale in un limbo legale che spesso le preclude il congedo obbligatorio nei mesi critici del post-parto. Situazione simile vivono le coppie di padri, dove il diritto al congedo è spesso subordinato a lunghe battaglie legali. Questa asimmetria burocratica non è solo una discriminazione civile, ma un vero e proprio ostacolo alla stabilità del “cervello sintonizzato” del bambino.

Sufficientemente buoni, sufficientemente efficienti

La maternità, idealmente vista come un momento spontaneo e arricchente, rischia di diventare una complicazione, una partita a scacchi con un sistema rigido e arretrato. Volendo rimanere a vivere in Italia, bisogna essere consapevoli della situazione legislativa, che un giorno potrebbe anche migliorare ma secondo un processo molto lungo e lento. Pertanto, davanti a un simile muro, bisogna essere strategici e fare affidamento alle proprie risorse.

Come, quindi? Per essere una madre “sufficientemente buona” (Winnicott, 1965) e sufficientemente efficiente, in un periodo storico così complesso, non si ha molto modo di agire sulla “quantità” del tempo speso con il bambino, ma si può lavorare sulla “qualità”. L'equilibrio non per forza dipende dalle ore, ma dalla qualità della presenza emotiva. Studi longitudinali, come quelli condotti dal NICHD (2006), hanno dimostrato che la stabilità e la sincronicità emisferica (Schore, 2003) possono essere garantite anche con un tempo più limitato, a patto che la sensibilità genitoriale rimanga elevata, come emerge dalla loro osservazione su oltre 1.000 bambini dalla nascita fino all'adolescenza. Con sensibilità genitoriale si intende la capacità del caregiver di:

  • Percepire i segnali: prestare un'attenzione vigile e costante alle comunicazioni, anche minime, del bambino (pianto, sguardi, movimenti del corpo).

  • Interpretare correttamente: comprendere lo stato mentale sottostante al bisogno del piccolo, applicando quella "funzione riflessiva" che permette di vedere il bambino come un individuo dotato di pensieri e sentimenti (Fonagy et al., 2002).

  • Rispondere con tempestività: intervenire prontamente prima che lo stato di disagio del neonato si trasformi in stress tossico, garantendo una regolazione fisiologica efficace.

  • Agire con appropriatezza: offrire una risposta che sia in sintonia con l'esigenza specifica del momento, creando quella "danza interattiva" che modella l'architettura cerebrale e favorisce un attaccamento sicuro.

È questo che permette di essere un "regolatore esterno" di alta qualità anche se i tempi sono ristretti. Ma come si arriva a questo? Non si nasce caregiver perfetti, ma si può diventare buoni caregiver se si è supportati e disponibili a mettersi in gioco.

Oggi infatti emerge una figura più chiaramente definita e importante come punto di riferimento: lo psicologo perinatale. Giuliana Mieli (2011), una delle figure di riferimento in questo campo, definisce lo psicologo perinatale come un custode dell'affettività, in grado di aiutare la figura del caregiver a sottrarsi dalla logica dell'efficienza produttiva per riappropriarsi della propria biologia e della capacità di 'sentire' il bambino. La Mieli ci ricorda che la genitorialità non è una tecnica da imparare, ma un processo relazionale che necessita di un ambiente facilitante; lo psicologo, dunque, non 'istruisce' il genitore, ma lo protegge dalle interferenze di una società che tratta i bisogni emotivi come intoppi burocratici.

Proteggere il caregiver non è solo questione di etica, ma un requisito clinico riconosciuto a livello globale. Le Linee Guida Internazionali della Marcé Society for Perinatal Mental Health stabiliscono infatti standard mondiali che confermano un principio cardine: la salute mentale del caregiver è un requisito inscindibile dalla salute pediatrica. Non si può, dunque, pensare al benessere del bambino senza tutelare l'integrità emotiva di chi se ne prende cura.

A sostegno di questa visione, gli studi di O’Hara e McCabe (2013) hanno dimostrato attraverso ricerche longitudinali che lo screening e il supporto psicologico nel periodo perinatale riducono drasticamente l’incidenza della depressione post-partum. Intervenire preventivamente è fondamentale non solo per il genitore, ma per l'architettura cerebrale del neonato: una depressione non trattata, infatti, è correlata a ritardi nello sviluppo cognitivo ed emotivo del bambino, poiché impedisce quella sintonizzazione emisferica necessaria alla crescita.

L'efficacia di questi interventi è ulteriormente validata dalle meta-analisi di Bakermans-Kranenburg et al. (2003), le quali evidenziano come interventi mirati sulla sensibilità genitoriale, anche se brevi, migliorino sensibilmente la sicurezza dell’attaccamento. In ultima analisi, come suggerito dalle ricerche di Ruth Feldman (2012) sulla sincronia bio-comportamentale, il supporto dello psicologo perinatale favorisce quel coordinamento biologico tra genitore e figlio che funge da vero e proprio motore di resilienza per tutta la vita.

Inoltre, un prezioso valore aggiunto consiste nel vedere la maternità non come un assolo, ma come un concerto d’orchestra. Gli studi sugli attaccamenti multipli di Sagi e Van IJzendoorn (1995) hanno infatti dimostrato che i bambini sono in grado di formare legami sicuri con diverse figure di riferimento, dai padri ai nonni fino alle educatrici. Questo concetto non smentisce la necessità di una figura stabile sottolineata da Schore o il raggiungimento della costanza dell'oggetto teorizzata dalla Mahler, ma la integra: l'enfasi si sposta dalla presenza fisica esclusiva alla coerenza della "funzione di regolazione". Come sottolineato dai commenti critici alla teoria dell'attaccamento classica (Hinde, 2005), la sicurezza non deriva dall'isolamento della diade, ma dalla stabilità del sistema di cura. Se il caregiver primario è sostenuto da quella che l'antropologia definisce allogenitorialità (Hrdy, 2009) — una "costellazione familiare" in cui la cura è un bene condiviso — il bambino riceve una stimolazione sociale più ricca e resiliente.

In quest'ottica, la stabilità dello sviluppo non risiede nella presenza fisica ininterrotta di un unico individuo, quanto nella coerenza emotiva della rete di cura. In questa prospettiva, la "costanza dell'oggetto" della Mahler si evolve in una "costanza del sistema": il bambino impara che il supporto emotivo è una costante ambientale, garantita da figure diverse ma sintonizzate. Quando il "lavoro di squadra" è armonico, il bambino impara che il mondo è un luogo sicuro attraverso diversi specchi emotivi; ciò permette al caregiver principale di assentarsi per le necessità lavorative senza minare le fondamenta del legame, a patto che l'intera rete mantenga alta quella sensibilità responsiva che abbiamo analizzato.

Conclusione

Sebbene la maternità nel 2026 si presenti come una sfida complessa all'interno di una società che corre al ritmo dei KPI e dell’efficienza produttiva, i caregiver non sono destinati a vivere questa esperienza come una frattura o un sacrificio inevitabile. È possibile reagire e vivere questo ruolo con pienezza e serenità attraverso un cambiamento di paradigma che sposti l’accento dalla performance individuale alla forza della rete.

Da un lato, l’allogenitorialità e la costruzione di una costellazione di cura coerente (Hrdy, 2009) permettono di vivere l’impegno professionale non come una forma di distacco, ma come una dimensione dell’identità che si integra in un equilibrio corale più ampio (Sagi & Van IJzendoorn, 1996). Dall’altro, il supporto dello psicologo perinatale emerge come un punto di riferimento fondamentale per proteggere la salute mentale dei genitori e la qualità della sintonizzazione con il bambino (Mieli, 2011). È attraverso questo spazio di mediazione clinica che le figure di riferimento possono imparare a gestire le pressioni esterne, aspirando a essere caregiver "sufficientemente buoni" (Winnicott, 1965) e professionisti "sufficientemente efficaci". In un mondo dominato dall'affanno della produttività, diventa così possibile ritagliarsi un doveroso spazio di stabilità affettiva, garantendo al bambino una presenza autentica e restituendo a sé stessi la consapevolezza del proprio valore umano, al di là di quello unicamente produttivo.


1) Il BDNF, Brain-Derived Neurotrophic Factor, è una neurotrofina, ovvero una proteina prodotta dal cervello, che favorisce la sopravvivenza dei neuroni esistenti e stimola la crescita e il differenziamento di nuovi neuroni e sinapsi (neuroplasticità). È considerato il mediatore chimico che trasforma le esperienze relazionali (come l'accudimento e il contatto) in strutture cerebrali stabili (Huang & Reichardt, 2001).

Bibliografia:

Abraham, E., Hendler, T., Shapira-Lichter, I., Kanat-Maymon, Y., Zagoory-Sharon, O., & Feldman, R. (2014). Father's brain is sensitive to childcare experiences. Proceedings of the National Academy of Sciences, 111(27), 9792-9797. https://doi.org/10.1073/pnas.1402569111

Acker, J. (1990). Hierarchies, jobs, bodies: A theory of gendered organizations. Gender & Society, 4(2), 139-158. https://doi.org/10.1177/089124390004002002

Bakermans-Kranenburg, M. J., van IJzendoorn, M. H., & Juffer, F. (2003). Less is more: Meta-analyses of sensitivity and attachment interventions. Psychological Bulletin, 129(2), 195-215. https://doi.org/10.1037/0033-2909.129.2.195

Britto, P. R., Lye, S. J., Proulx, K., et al. (2017). Nurturing care: Promoting early childhood development. The Lancet, 389(10064), 91-102. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(16)31390-3

D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151. Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

European Commission. (2024). Family-friendly working arrangements: State of play in the EU. European Platform for Investing in Children.

Farroni, T., Csibra, G., Simion, F., & Johnson, M. H. (2002). Eye contact detection in humans from birth. Proceedings of the National Academy of Sciences, 99(14), 9602-9605. https://doi.org/10.1073/pnas.152159999

Feldman, R. (2007). Parent–infant synchrony and the construction of shared timing; physiological precursors, developmental outcomes, and risk conditions. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 48(3‐4), 329-354. https://doi.org/10.1111/j.1469-7610.2006.01701.x

Feldman, R. (2012). Parent–infant synchrony: A biobehavioral model of resilience. Current Directions in Psychological Science, 21(3), 154-158. https://doi.org/10.1177/0963721412444853

Feldman, R. (2017). The neurobiology of mammalian parenting and the biosocial definition of human fatherhood. Hormones and Behavior, 92, 3-17. https://doi.org/10.1016/j.yhbeh.2017.03.003

Fonagy, P., Gergely, G., Jurist, E. L., & Target, M. (2002). Affect regulation, mentalization, and the development of the self. Other Press.

Han, B.-C. (2012). The burnout society. Stanford University Press. (Originale pubblicato nel 2010).

Hinde, R. A. (2005). Relationships and the development of social behavior. In K. E. Grossmann, K. Grossmann, & E.

Waters (Eds.), Attachment from infancy to adulthood: The major longitudinal studies (pp. 314–326). Guilford Press.

Hrdy, S. B. (2009). Mothers and others: The evolutionary origins of mutual understanding. Harvard University Press.

Huang, E. J., & Reichardt, L. F. (2001). Neurotrophins: Roles in Neuronal Development and Function. Annual Review of Neuroscience.

ISTAT. (2024). Indicatori demografici - Anno 2023. Istituto Nazionale di Statistica. https://www.istat.it

Lamb, M. E. (2010). The role of the father in child development (5th ed.). Wiley.

Legge 30 dicembre 2025, n. 213. Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2026 e bilancio pluriennale per il triennio 2026-2028. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

Mahler, M. S., Pine, F., & Bergman, A. (1975). The psychological birth of the human infant: Symbiosis and individuation. Basic Books.

Meaney, M. J. (2001). Maternal care, gene expression, and the transmission of individual differences in stress reactivity across generations. Annual Review of Neuroscience, 24(1), 1161-1192. https://doi.org/10.1146/annurev.neuro.24.1.1161

Mieli, G. (2011). Il bambino non è un elettrodomestico. Gli affetti che servono a crescere. Feltrinelli.

NICHD Early Child Care Research Network. (2006). Child care and child development: Results from the NICHD study of early child care and youth development. Guilford Press.

OECD. (2023). PF2.1: Parental leave systems. OECD Family Database. https://www.oecd.org/els/family/database.htm

O'Hara, M. W., & McCabe, J. E. (2013). Postpartum depression: Current status and future directions. Annual Review of Clinical Psychology, 9, 379-407. https://doi.org/10.1146/annurev-clinpsy-050212-185612

Rosa, H. (2015). Social acceleration: A new theory of modernity. Columbia University Press. (Originale pubblicato nel 2005).

Sagi, A., & van IJzendoorn, M. H. (1996). Multi-caregiver environments. In Child care and child development: Results from the NICHD study of early child care and youth development (pp. 24–36). Guilford Press.

Sagi, A., van IJzendoorn, M. H., Aviezer, O., Donnell, F., & Mayseless, O. (1994). Intergenerational transmission of attachment in Kibbutzim families. Child Development, 65(4), 993-1004. https://doi.org/10.2307/1131299

Save the Children. (2024). Le Equilibriste: La maternità in Italia 2024. https://www.savethechildren.it

Schore, A. N. (1994). Affect regulation and the origin of the self: The neurobiology of emotional development. Lawrence Erlbaum Associates.

Schore, A. N. (2001). The effects of early relational trauma on right brain development, affect regulation, and infant mental health. Infant Mental Health Journal, 22(1-2), 201-269.

Schore, A. N. (2003). Affect regulation and the repair of the self. W. W. Norton & Company.

Slade, A. (2005). Parental reflective functioning: An introduction. Attachment & Human Development, 7(3), 269-281. https://doi.org/10.1080/14616730500245888

The Lancet. (2008). Maternal and child undernutrition [Special series]. The Lancet, 371.

Trevarthen, C. (1979). Communication and cooperation in early infancy: A description of primary intersubjectivity. In M. Bullowa (Ed.), Before speech: The beginning of interpersonal communication (pp. 321-347). Cambridge University Press.

Tronick, E. Z. (1989). Emotions and emotional communication in infants. American Psychologist, 44(2), 112-119. https://doi.org/10.1037/0003-066X.44.2.112

Weaver, I. C., Cervoni, N., Champagne, F. A., D'Alessio, A. C., Sharma, S., Seckl, J. R., Dymov, S., Szyf, M., & Meaney, M. J. (2004). Epigenetic programming by maternal behavior. Nature Neuroscience, 7(8), 847-854. https://doi.org/10.1038/nn1276

Williams, J. C. (2004). The maternal wall. Harvard Business Review. https://hbr.org/2004/10/the-maternal-wall

Winnicott, D. W. (1965). The maturational processes and the facilitating environment: Studies in the theory of emotional development. International Universities Press.