La perinatalità, fondamento della psicologia
La perinatalità non è una semplice branca della psicologia ma il fondamento stesso di
tutta la psicologia clinica.
Questa affermazione nasce dagli sviluppi della psicoanalisi inglese nel secondo
dopoguerra che pone alla base della sopravvivenza della specie umana l'esperienza di
una buona cura. Fu negli orfanotrofi inglesi degli anni bellici che si comprese che non
bastavano cibo e calore per garantire ai piccoli ospiti la sopravvivenza ma che
soltanto l'impegno sincero e appassionato delle nurses che se ne prendevano cura, il
coinvolgimento dei neonati in un rapporto affettivo coerente e costante, garantivano il
pieno funzionamento del loro sistema immunitario a proteggerli da infezioni fatali.
Già precedentemente Spitz aveva studiato le reazioni avverse che si producevano in
bambini abbandonati: dopo di lui Bowlby pose le basi della teoria dell'attaccamento
che situa la relazione di cura – quindi un rapporto affettivo – al centro della
psicologia superando il modello pulsionale freudiano. Alla base della sicurezza, della
salute fisica e mentale, condizione necessaria per il pieno espletamento delle capacità
creative, c'è la relazione, a partire dal concepimento – anch'esso frutto di una
relazione affettiva – dal parto, dal periodo perinatale, dai primi mille giorni su su per
l'infanzia e l'adolescenza: garanzia di una piena maturazione che sostituisce alla
impari dipendenza infantile, guidata dal bisogno, l'acquisizione e l'accesso allo
scambio adulto paritetico nella reciprocità, guidato dal desiderio e dalla scelta.
È talmente importante questo fondamento affettivo per la sopravvivenza, e quindi per
la salute fisica e mentale, che Bowlby postula che la natura abbia fornito un
imprinting biologico nella differenziazione ormonale a protezione di una
complementarità nella cura capace di accompagnare il delicato passaggio dalla
fusionalità alla individuazione. Nell'assoluta parità dei due ruoli – femminile e
maschile – impegnati entrambi nella loro specificità al raggiungimento della maturità
nel figlio, spicca per importanza e per centralità la figura femminile, mai
propriamente valorizzata nella cultura occidentale – se non in maniera scontata e
superficiale in quanto sede fisica della gravidanza - nella sua forza, nella sua
profonda dotazione affettiva, nella sua predisposizione naturale a relazionarsi con il
piccolo ignaro del mondo, cui è affidato il compito winnicottiano di "illudere
inizialmente per deludere gradualmente". Se prima di Bowlby già qualcun altro si era
speso a favore del materno – penso a Ferenczi, a Suttie – dopo Bowlby e Winnicott
molti altri si sono applicati a studiare o a enfatizzare l'importanza della relazione fra
madre e bambino - mediata principalmente dalla risonanza fra il cervello destro
materno e quello della sua creatura e dalla straordinaria dotazione ormonale
femminile. Più recentemente la letteratura si è arricchita di grandi autori – Fairbairn,
Guntrip, Ainsworth, Fonagy, Stern, Mahler, Erikson, Shore, Panskepp, Cozolino, De
Zulueta, Gerhardt, Kohut, Greenspan, Siegel, Bion..... - che, attraverso studi oggi
sostenuti dall'apporto della psiconeuroimmunologia e della epigenetica, confermano
l'importanza della relazione primaria fra madre e bambino come fondamento di una
buona crescita fisica ed emotiva.
Un istituto che seriamente si occupa di psicologia e perinatalità non può
semplicemente preoccuparsi di istituire corsi per diffondere una competenza in chi
nell'ambito della perinatalità si muoverà professionalmente, ma deve porsi
costruttivamente come polo della diffusione di un sapere fondante il benessere e
totalmente ignorato in tutte le sue applicazioni o competenze al di fuori della
formazione specialistica degli "addetti ai lavori".
Va ricordato inoltre che il tema della cura affidata all'emergere degli ormoni
femminili nel corso dell'evoluzione della specie è oggetto di studio sempre più attuale
fra i biologi che attribuiscono proprio alla centralità della figura femminile e alla sua
predisposizione alla cura, alla sua capacità di identificarsi con il piccolo, alle istanze
solidali e redistributive che percorrono la sua sensibilità, la conservazione e la
protezione della vita umana nel corso dell'evoluzione. (Carter, Tadolini) Proprio la
psicologia evolutiva – non ristretta all'ambito dello sviluppo fisico, neurologico e
mentale, ma intrecciata della consistenza di una conoscenza della buona genitorialità
- offre spunti straordinari per comprendere in che direzione muoversi per
coinvolgere, informare e prevenire. Chi scrive ha già potuto sperimentare il valore di
un incontro multidisciplinare nell'ambito della perinatalità e la sua efficacia sia dal
punto di vista di un opportuno rispetto della fisiologia della nascita che nella
prevenzione di complicanze sia affettive che somatiche nell'espletamento della
maternità: un'esperienza validata in trent'anni di pratica attiva.
Formazione rivolta agli psicologi
"Senza una teoria ragionevolmente valida sulla psicopatologia le tecniche
terapeutiche tendono a essere non incisive e di beneficio incerto. Senza una teoria
ragionevolmente valida sull’eziologia non potranno mai ricevere sostegno delle
misure sistematiche e concordate di prevenzione"
(J.Bowlby, Una base sicura).
È fondamentale che i giovani psicologi che si dirigono verso la perinatalità non ne
facciano una branca della psicologia a sé, separata dalla clinica: personalmente
renderei obbligatorio per qualsiasi aspirante clinico un tirocinio di almeno un anno in
maternità con adeguata supervisione. Non è infatti concepibile alcun intervento sulla
coppia madre/bambino o sulla triade famigliare che non sia ispirato a una profonda
conoscenza della psicologia evolutiva, segnatamente per quanto riguarda la lenta
separazione dal corpo materno nei primi tre anni di vita che si accompagna alla
complessa interiorizzazione di quella presenza affettiva che rende possibile la
separazione sicura. Tutto il percorso della gravidanza, con la conoscenza e
l'interpretazione delle varie modificazioni fisiche e emotive, il meccanismo del parto,
il ricongiungimento simbiotico e il processo di lenta separazione attraverso la
risonanza che accompagna la cura fisica del neonato nel susseguirsi delle varie fasi di
crescita, devono essere letti e interpretati all'interno della teoria dell'attaccamento,
compresi e inseriti in una visione chiara dei processi maturativi che si realizzano solo
mediante la partecipazione attiva di una sana genitorialità. Sappiamo infatti che
femminile e maschile non sono origine e base di una differenziazione puramente
fisica, ma si riferiscono a una complementarità di atteggiamenti affettivi finalizzati
alla sana crescita dell'individuo. Nel mammifero umano il percorso che segna con
successo la piena realizzazione emotiva dell'individuo è legato al lento passaggio
dalla dipendenza – in cui la sicurezza su cui si fonda la fiducia è mediata dal bisogno
– all'autonomia – in cui la sicurezza della relazione è basata sulla costruzione attiva di
rapporti affidabili, selezionati per desiderio, affinità e scelti liberamente: questo
processo maturativo non evolve da sé ma richiede la partecipazione attiva delle figure
genitoriali capaci di risuonare con le esigenze del piccolo che cresce e di
accompagnare il suo incontro con la realtà. La figura materna fornisce, attraverso la
sua presenza empatica e il proprio agire, l'imprinting della sicurezza dell'origine:
inoltre, pur nella disponibilità ad accogliere e contenere, incoraggia e sostiene il
piccolo alla separazione intrecciandosi al fondamentale apporto paterno, garante e
supporto fondamentale nel lento e faticoso cammino verso l'emancipazione e la
realizzazione di sé.
La conoscenza della fisiologia della maturazione affettiva – rafforzata dalla sua
pratica per chi opera in maternità – fornisce la base su cui modellare la relazione
terapeutica secondo il principio winnicottiano "...il disordine mentale ha una base
psicologica (…) ed è possibile stabilire un legame clinico fra lo sviluppo del bambino
piccolo e gli stati psichiatrici, come pure fra le cure prodigate al bambino piccolo e
quelle adatte a un malato mentale" ("Dalla pediatria alla psicoanalisi" Martinelli
1975) . E ancora più chiaramente: "Condizione necessaria per poter compiere il
lavoro analitico é che l'analista creda fermamente nella natura umana e nel processo
evolutivo, ciò che viene immediatamente avvertito dal paziente" ("Dalla pediatria alla
psicoanalisi "Martinelli 1975). Dunque la psicologia evolutiva è stretta parente della
clinica e ad essa deve ispirarsi l'atteggiamento terapeutico: la relazione di cura si
fonda sulla capacità del terapeuta di fornire al paziente l'esperienza di una sana
genitorialità, in grado – a partire dalla effettiva maturità del paziente che non coincide
mai con la sua età anagrafica o la sua identità sociale – di recuperare gli aspetti
emotivi infantili mai elaborati che sono alla base della sua sofferenza, in modo di
poterli comprendere e integrare impedendo che , scissi o rimossi, possano portare alla
ripetizione inconsapevole di schemi comportamentali che lo inchiodano ad arcaici
vissuti traumatici sostenuti da un'antica sicurezza. La sofferenza affettiva non è legata
all'inceppo di un innato orientamento pulsionale ma a un trauma relazionale: a ciò
deve essere ispirata la relazione di transfert, capace di individuare nel paziente gli
oggetti interni anticamente interiorizzati e ottenerne una lenta bonifica. Da ciò
discende che il terapeuta deve conoscere e saper praticare gli atteggiamenti affettivi
che fondano una sana genitorialità: l'evoluzione del pensiero analitico va infatti nella
direzione del superamento di un concetto di cura che si limiti alla semplice
riattualizzazione del trauma, del tutto insufficiente in quanto senza un modello
alternativo che sostituisca o integri l'imprinting originario non ci può essere
liberazione e cambiamento.
La crescita dell'essere umano presuppone la realizzazione di un equilibrio dinamico
infantile/adulto, sicurezza/creatività che si alimentano reciprocamente e si rafforzano
vicendevolmente e maturano all'interno della relazione di cura: la sofferenza nasce
sempre o dalla mancanza di sicurezza - a partire dalla presenza empatica materna nel
puerperio - o dal soffocamento della creatività e della conquista dell'autonomia, o da
entrambe insieme, esperienze che vengono percepite come eventi traumatici in
quanto non permettono la saturazione di due elementi cardine del benessere emotivo
umano: la certezza del sentirsi amati e il riconoscimento sociale delle proprie capacità
creative.
A partire da questa base teorica la funzione di una società di psicologia perinatale si arricchisce di numerose finalità e compiti e fondamentale diventa la diffusione di un sapere ignorato che riguarda la coniugazione degli affetti nella fisiologia della cura.
Presenza dello psicologo nei reparti di maternità
Uno dei nostri scopi deve essere, a partire da queste premesse, la diffusione della
conoscenza delle basi biologiche della relazione di cura in tutti quei contesti in cui la
cura è parte fondante del rapporto o servizio prestato: famiglia, sanità, scuola in tutti i
suoi gradi, assistenza a persone sofferenti o anziane. L'occasione più facile e
immediata per diffondere un sapere affettivo che illumini l'avventura della
genitorialità per madri e padri è di riempire di questa informazione i corsi di
accompagnamento alla nascita: lì possono essere esplicitati gli atteggiamenti di cura
che proteggono il bambino durante la gravidanza, che lo accompagnano durante il
parto e il puerperio su su nella crescita emotiva fino al raggiungimento della
maggiore età e dell'autonomia. In uno o più incontri è possibile informare le donne e
le coppie sulle trasformazioni affettive che hanno luogo nella gravidanza e sul loro
valore, spiegare il significato emotivo della simbiosi fra madre e bambino,
l'esprimersi del materno nella sensibilità della gravidanza e nella generosità
accogliente che si espande per contenere, il meccanismo ritmico del parto con il suo
movimento a stantuffo che indica la direzione dell'incoraggiamento materno dalla
simbiosi alla relazione; il senso profondo del dolore che accompagna la separazione
rendendolo, se compreso, più facilmente accettato, il ripristino con l'allattamento al
seno dell'illusione primaria verso la delusione graduale, l'importanza dei primi mille
giorni come base della sicurezza e della salute fisica e mentale del nuovo nato, la
complementarità degli atteggiamenti affettivi genitoriali che rendono possibile in un
lungo tempo la separazione sicura e la conquista dell'autonomia. Infatti, gran parte
degli errori educativi nascono da una totale disinformazione specie in un mondo e
una cultura come l'attuale, tutta orientata all'acquisizione di competenze professionali
e tecnologiche senza alcuna preoccupazione per la crescita affettiva degli individui.
Non ha senso segnalare preoccupati la sofferenza mentale dilagante nelle società
postindustriali senza preoccuparci di informare sui comportamenti di cura preposti
alla salute mentale. "Giovani adulti sani sono il prodotto di famiglie stabili, in cui
entrambi i genitori forniscono ai propri figli una grande quantità di tempo e di
attenzioni...Nella maggior parte delle società di tutto il mondo questi fatti sono dati
per scontati e la società si è organizzata di conseguenza. Paradossalmente ci sono
volute le società più ricche del mondo per ignorare questi fatti fondamentali. Le forze
dell'uomo e della donna impegnate nella produzione dei beni materiali contano come
attivo in tutti i nostri indici economici. Le forze dell'uomo e della donna dedicate alla
produzione nella propria casa di bambini sani, felici e fiduciosi in se stessi non
contano affatto. Abbiamo creato un mondo a rovescio". (J. Bowlby "Una base sicura"
Cortina, Milano 1989). Appare incomprensibile, infatti, che le importanti scoperte
sulla relazione di cura, avvenute nel dopoguerra e che hanno rivoluzionato la
metapsicologia freudiana, rimangano ignote ai più e non diventino strumento
condiviso atto a formare ed informare gli attori principali della relazione di cura:
bambini e ragazzi nelle famiglie e nelle scuole insieme a genitori e insegnanti, utenti
e pazienti nelle istituzioni sanitarie insieme alle professionalità che li assistono.
Entrare nei reparti di maternità – come la lunga esperienza di chi scrive insegna – è fondamentale per ovviare al vuoto di conoscenza che coinvolge non soltanto i futuri genitori ma anche gli operatori stessi, più attrezzati da un punto di vista medico/assistenziale che non nella conoscenza della fisiologia della relazione di cura. Ciò non stupisce se si considera come l'insegnamento della psicologia sia per lo più totalmente assente nei corsi di laurea di medici, infermieri, ostetriche, insegnanti o spesso ridotto a un'infarinatura sulla storia della psicologia senza alcuna relazione alla sua applicazione pratica e soprattutto alla declinazione degli atteggiamenti che garantiscono l'instaurarsi di un rapporto di fiducia. Oggi sappiamo come una buona relazione di cura sia un ingrediente fondamentale per portare al successo lo sforzo compiuto dai sanitari per soccorrere una persona sofferente: non c'è guarigione del corpo malato che non sia facilitata dalla presenza di una solida relazione di fiducia. Il paradigma della cura genitoriale - che nella fisiologia provvede ad accogliere e ad accompagnare nella crescita il bambino – fornisce il modello di un atteggiamento affettivo di base cui fare riferimento per saper accogliere, comprendere e scortare quando c'è una richiesta d'aiuto o di affidamento da parte di chi non sa. Saper ascoltare senza giudizio, sapersi mettere nei panni dell'altro, sapersi coinvolgere e fornire un supporto competente, viene immediatamente riconosciuto come tramite essenziale che predispone positivamente alla fiducia e alla collaborazione. In particolare, in maternità la conoscenza della fisiologia dello sviluppo affettivo che si intreccia all’evento corporeo della gravidanza fa dello psicologo il referente fondamentale per tutti gli altri operatori che ruotano intorno alla perinatalità in quanto capace di rendere esplicito il dispiegarsi naturale degli affetti nell'espletamento della gravidanza, del parto e del puerperio. E' importante dunque sapersi proporre come supporto e valorizzazione della fisiologia e non soltanto come esperti della patologia, da chiamare in causa quando le cose non funzionano – ed è sempre troppo tardi. La formazione affettiva del personale nei reparti ospedalieri e in particolare in ostetricia, nelle Tin e in pediatria resta un caposaldo della missione dello psicologo che garantisce, attraverso la condivisione del suo sapere, una competenza allargata a tutto il reparto sulle dinamiche affettive in gioco per il raggiungimento di un obiettivo comune in un’ottica di collaborazione solidale finalizzata al bene del paziente. L'assistenza perinatale può così muoversi in una competenza affettiva estesa a tutte le mansioni e a tutti i ruoli che permette di evitare traumi legati a comportamenti inopportuni, incapaci di rispettare la fisiologia fisica ed emotiva. I protocolli medici o psichiatrici devono essere linee teoriche cui far ricorso solo in caso di manifesta patologia dopo aver riscontrato l'impossibilità di ripristinare il decorso fisiologico naturale. Conoscere e praticare l'affettività nella sua coniugazione naturale ispirata alla cura permette di emarginare perciò un'invadente medicalizzazione e psichiatrizzazione: troppo spesso infatti nel trattare disturbi post traumatici successivi alla nascita, alla sensibilità dolente della paziente si accompagna l'offesa intollerabile di comportamenti subiti, non ispirati all'ascolto, al rispetto, a un coinvolgimento partecipe che sa accompagnare e guidare, ma all'imposizione di atteggiamenti di forza, non spiegati, non compresi, patiti come ingerenza gratuita e autoritaria. Spetta allo psicologo la formazione affettiva del personale attraverso una docenza capace di esplicitare e trasmettere le basi di una corretta relazione di cura con il contributo fondamentale di supervisioni mensili che riguardino i casi trattati in una discussione di gruppo sulla modalità relazionale con cui sono stati seguiti.
In aggiunta a ciò, la presenza dello psicologo deve essere il tramite per conoscere e
accompagnare le modificazioni affettive della donna in gravidanza. Distinguendosi
dal pensiero comune che stigmatizza con un sorriso il bizzarro acuirsi della sensibilità
femminile durante la gravidanza senza comprenderne il significato e la funzione, è
fondamentale spiegare come questo cambiamento del sentire – che rende più acuta la
sensibilità femminile già abitualmente più marcata rispetto a quella maschile –
comporti su un piano affettivo il raggiungimento di uno stato di simbiosi del tutto
parallelo a quello che si attua nel corpo. Infatti come fisicamente la donna perde il
suo baricentro che si sposta e si incrocia – con l'espansione del ventre – con l'orbita
del bambino, così anche emotivamente l'acuirsi della sensitività riporta la madre a
ritrovare in sé la forte sensibilità infantile che le permette, attraverso un processo di
identificazione, di relazionarsi con il mondo con lo sguardo e il sentire di chi non sa e
ha bisogno di un'accoglienza cui affidarsi con fiducia per sentirsi protetto da tutto ciò
che non può ancora essere compreso e accettato. Questa accentuazione della
sensibilità materna non è dunque uno sghiribizzo incomprensibile ma una
importantissima trasformazione orientata alla sopravvivenza della specie. Si tratta di
far comprendere alle donne e alle coppie il senso profondo delle modificazioni fisiche
ed emotive della gravidanza che predispongono alla capacità di relazione con il
bambino, custodi del benessere e della complicità della simbiosi che deve
trasformarsi in un'accoglienza attiva, capace di ristabilire la magia dell'esser due in
uno per poi innescare gradualmente la necessaria separatezza nella relazione, preludio
e base dell'avventura della vita. Non mi stancherò di ripetere che le persone
giungono all'appuntamento della genitorialità senza la benché minima idea
dell'importanza della qualità della cura e ignorano quali siano le risposte affettive
adeguate che favoriscono lo sviluppo sano del bambino. Mettere in relazione
l'aumentata sensibilità materna con il sentire del bambino permette alla futura
mamma di cogliere in sé la guida per evitare comportamenti che la fanno soffrire e
perseguire quelli che la fanno sentire bene – per sé e per il bambino.
Naturalmente è molto importante saper distinguere ed aiutare a distinguere questo
normale movimento emotivo – una regressione a un sentire infantile - da qualsiasi
altra manifestazione affettiva che possa segnalare una patologia latente. Già il fatto di
parlarne tranquillamente nei corsi di accompagnamento alla nascita o citare
l'importanza di questa trasformazione emotiva durante le visite di controllo, muove
nelle donne l'attenzione e l'ascolto verso ciò che sta avvenendo dentro di loro e
fornisce una spiegazione al loro sentire; è facile che, avvertite, ne parlino loro stesse
per confermare divertite quello che provano, senza più il tabù di sentirsi diverse,
strane, inadeguate. Se chi le segue appare non solo interessato al procedere fisico
della gravidanza ma si preoccupa dei sentimenti che la accompagnano, diventa facile
sfruttare questa complicità per condividere il minimo dubbio, la minima incertezza,
paura, ansia, preoccupazione che superi i limiti della fisiologia: diventa così possibile
inserire nel decorso della gravidanza il supporto di uno psicologo se apparisse
opportuno. Il vantaggio è che si agisce durante la gravidanza intervenendo prima che
l'eventuale disturbo psicologico si manifesti nella sua interezza e gravità: e non è la
depressione l'unico spauracchio possibile ma qualsiasi altra organizzazione dolente
dell'affettività può incidere sul parto e sul successivo decorso perinatale.
Naturalmente considero questa "attenzione affettiva" molto più utile e efficace che la
distribuzione di test a tappeto sulla popolazione delle puerpere: sia perché può essere
esercitata prima, sia perché affettivamente relazionale, non giudicante e non orientata
a scovare le pazienti a rischio, ma a sostenere la donna in un momento complesso per
aiutarla ad arrivare all'appuntamento con la nascita del suo bambino con la piena
consapevolezza e la fiducia di potercela fare. Non può sfuggire infatti come nella
trasformazione emotiva della gravidanza il ritorno a vissuti infantili possa comportare
il riemergere di ricordi di una sofferenza mai elaborata, capace di gettare ombra
sull'avventura creativa del diventare madri: anzi, la regressione facilita l'emergere di
tutto ciò e rende il periodo della gravidanza e del puerperio straordinariamente
fecondo nel liberare ciò che difensivamente è stato rimosso o dissociato, rendendolo
finalmente accessibile e condivisibile e ponendo così le basi perché possa finalmente
essere superato.
L'individuazione precoce di una sofferenza nascosta – di cui spesso si tace per
vergogna – si trasforma in una possibilità precoce di prevenzione: la presenza di
psicologi preparati all'interno dell'équipe ostetrica permette il trattamento di queste
difficoltà in loco, fornendo alla paziente e alla coppia l'impressione, già in sé
salvifica, che si tratta di una complicanza abituale prevista come esito possibile dello
stato di gravidanza e di cui ci si prende cura nello stesso luogo e da parte della stessa
équipe che segue l'iter gravidico. Il facile emergere di vissuti affettivi non risolti a
causa della trasformazione emotiva e insieme il timore/desiderio di saper accogliere
adeguatamente il bambino rendono la terapia psicologica in gravidanza molto più
rapida ed efficace: c'è un terreno predisposto a essere utilmente riorganizzato.
La preoccupazione per le complicanze affettive che possono accompagnare la
gravidanza devono estendersi alla gestione del parto e alla comprensione di quelle
difficoltà nello svolgersi della gravidanza normalmente interpretate e considerate
semplicemente come insuccessi fisici da attribuire a cause puramente organiche.
Per quanto riguarda il parto, troppo spesso molte donne arrivano al momento della
nascita del bambino senza aver frequentato corsi e magari senza essere state seguite
adeguatamente durante la gravidanza. La conoscenza del paradigma affettivo della
cura, insieme alla consapevolezza che gravidanza e nascita possono muovere istanze
emotive profonde, permettono alle ostetriche e ai medici di interpretare il
comportamento della donna e le sue eventuali paure o difficoltà al momento del
parto anche come espressione di un'affettività bisognosa di ascolto e sostegno e,
attrezzati a rispondere in maniera adeguata, a risolvere situazioni tendenti a
complicare il quadro fisiologico riportandole alla normalità.
Sempre alla luce di una considerazione della trasformazione affettiva implicita nella
maternità, sia nel senso della trasformazione epocale che accompagna il passaggio
dall'essere figli al divenire genitori con la seguente assunzione di responsabilità, sia
nel rispetto della naturale "regressione" della donna gravida a vissuti infantili
inesplorati, è molto importante che difficoltà nel percorso della gravidanza o nella
possibilità stessa di diventare madre, vengano considerate sia da un punto di vista
fisico che emotivo e che la presa in carico sia condivisa fra medico e psicologo. Ci si
riferisce qui a problemi di iperemesi, di aborti spontanei ripetuti, di MEF singole o
anche ripetute, di parti con prematurità grave con rischio per la vita del bambino e
talvolta anche della madre, a quadri più o meno devastanti di endometriosi, al
dilagante fenomeno della infertilità in cui solo raramente si pensa a un concorso
affettivo significativo nell'insuccesso e si cercano per lo più soluzioni esclusivamente
mediche.
L'esperienza clinica dimostra che è sempre possibile ritrovare l'origine di questa
difficoltà a svolgere un agognato compito riproduttivo biologicamente possibile in
una storia personale che giustifica un'insicurezza, un'ambivalenza nascosta che opera
in senso contrario al desiderio e riaccende nell'insuccesso uno scenario pregresso di
impossibilità, di sconfitta mai elaborato. Ciò conferma la sensazione che gravidanza e
nascita offrano nella cultura odierna un'occasione altamente rivoluzionaria da un
punto di vista emotivo: l'osservazione clinica delle difficoltà della gravidanza porta
inevitabilmente alla luce gli errori educativi di un mondo sociale e culturale fondato
sul progresso tecnologico ed economico e sull'assoggettamento della natura per
motivi di utilità: nel corso dello sviluppo filosofico e scientifico dell'occidente è stato
trascurato completamente l'apporto fondamentale della cura femminile per la
sopravvivenza della specie e per la crescita in sicurezza del piccolo umano. Siamo
audacissimi nel pensiero e analfabeti negli affetti.
La sofferenza psichica dilagante nei paesi industrializzati parla di questo e la
perinatalità è un osservatorio privilegiato sulle conseguenze di questa trascuratezza
sulla stessa capacità riproduttiva del genere umano nel mondo postindustriale.
Gravidanza e nascita sono rivoluzionarie non solo in quanto portano alla luce quanto
difficile è stato per molti essere accolti, compresi e guidati nella propria vicenda
infantile ma rendono possibile, facilitando la riflessione e il confronto con ciò che è
mancato, una volontà di cambiamento per proteggere, nella naturalità dell'istinto, il
proprio piccolo da ciò che si è involontariamente subìto: ciò permette, attraverso la
cura e la riflessione di riscattare la propria storia e di imprimere alla cura e alla difesa
dei figli una qualità capace di riparare, innovare e percorrere la loro vita in una
trasformazione radicale della cultura ereditata. In altre parole: ciò che si è potuto
tollerare per sé non si è disposti a tollerare che possa ripetersi con il proprio figlio.
Il sapere dello psicologo nelle istituzioni educative e nella società
Oltre all'ambito istituzionale della maternità e perinatalità, l'informazione e la
formazione psicologica dovrebbe essere portata nella scuola. Questo riguarda innanzi
tutto bambini e ragazzi cui non viene indirizzata alcuna educazione emozionale. Se si
parla oggi di educazione affettiva nelle scuole, la si intende quasi esclusivamente
come strumento finalizzato al superamento degli stereotipi di genere in un'età troppo
precoce per una iniziativa che rischia di scardinare la lenta acquisizione di una
identità in questa complessa fase della vita del bambino, finalizzata a costruire la
sicurezza necessaria per affrontare il salto adolescenziale con la maturazione
biologica dell'identità di genere. Nel periodo della scuola materna ed elementare è
importante sollecitare nei bambini l'ascolto e il rispetto delle loro emozioni, con la
conduzione di un adulto capace di interpretare e rendere loro comprensibili ed accetti
i moti del loro animo. Molto affascinante l'esperienza del babywatching, nata a
Monaco di Baviera, che prevede la presenza settimanale in classe di una puerpera con
il suo piccolo nel periodo dai tre ai nove mesi e sollecita nei bambini attraverso la
presenza di un facilitatore - il confronto con le buone cure. Nelle medie e nelle
superiori, accanto al baywatching che, là dove è stato praticato, si è mostrato
straordinariamente efficace per la prevenzione del bullismo, è possibile svolgere
un’informazione di psicologia evolutiva tesa a rendere consapevoli i ragazzi del
cambiamento emotivo che accompagna la loro svolta adolescenziale, l'ingresso nella
socialità e il passaggio nel mondo della reciprocità dello scambio non più governata
dal bisogno ma sorretta dal desiderio e ispirata alla scelta.
Naturalmente è impossibile non pensare a una formazione affettiva rivolta al
personale docente. Le varie riforme della scuola succedutesi negli anni sono state
tutte centrate su un'efficienza dell'apprendimento e un adattamento dei programmi
alle esigenze del mondo del lavoro. E' stata completamente misconosciuta
l'importanza del clima affettivo che accompagna l'esperienza didattica. Tornando alle
basi teoriche della fisiologia degli affetti, l'epoca della dipendenza affettiva dalle
figure adulte – la famiglia allargata in primis, ma poi la scuola, lo sport e il tempo
libero – percorre tutta la crescita dei nostri ragazzi comprendendo anche il periodo
universitario almeno nella triennale: questo significa che la relazione didattica è
impregnata di un transfert emotivo di tipo genitoriale fra docente e allievo che non
può essere trascurato e che influenza notevolmente nella sua qualità la validità e il
successo del percorso scolastico. In altre parole gli insegnanti non sono macchine che
elargiscono sapere ma adulti deputati ad educare: in questo senso è necessario che
abbiano una formazione affettiva di base – come gli operatori sanitari – che li assista
nella relazione di cura con gli studenti, garantendo che la modalità dell'insegnamento
sia ispirata fisiologicamente all'accoglienza, all'ascolto, alla creazione di un rapporto
di fiducia che faciliti, come dimostrato, l'apprendimento e la piena espressione dei
talenti di ciascuno. Non si tratta quindi di fornire una psicologia di assistenza a chi
non ce la fa o manifesta malessere spesso non approfondito, ma una psicologia che
informi e formi il personale docente stimolando l'innata capacità genitoriale
valorizzandola come elemento fondante e facilitante l'apprendimento. Anche nella
realtà scolastica sarebbe opportuna una supervisione cadenzata per raccogliere e
guidare il personale docente nella gestione comune delle difficoltà o delle iniziative.
Un capitolo a parte rappresenta l'organizzazione degli asili nido. In quest'ambito è
ovviamente ancora più importante la preparazione psicologica degli addetti che vi
lavorano: a volte sono gli stessi psicologi che si dedicano a questa attività,
diversamente è opportuno che siano loro ad offrire una consulenza e supervisione agli
educatori impegnati nella cura dei bambini. Ma più radicalmente bisognerebbe
rappresentare – senza togliere la libertà di scelta delle donne e delle famiglie – la
violenza insita in separazioni precoci, totalmente in contrasto con il rispetto doveroso
del periodo di una sana esogestazione (1000 giorni), con effetti destinati a perdurare
nel tempo e capaci di incidere negativamente sulla formazione nei bimbi di una base
sicura. Non si può tacere davanti all'imposizione di un diktat socialeconomico che
accomuna tutte le correnti politiche e che detta usi e costumi non illuminati da una
solida conoscenza della vita affettiva, ignara del danno provocato da una separazione
dalla figura materna inadatta all'età mentale del bambino. Anche in questo campo è
dunque necessario fare cultura e rappresentare con autorevolezza scientifica
l'importanza di una separazione lenta e graduale totalmente ignorata o sottovalutata
dal sistema. Non si può operare sull'adattamento dei piccoli a una consuetudine –
introdotta in tempi più recenti - che produce un danno grave per il futuro della
società, tanto più sana quanto più sani sono i suoi membri: più facile e meno dannoso
agire sulle regole del mondo del lavoro che non devono strangolare né la salute fisica
né quella psichica delle persone e organizzarsi per potersi concedere il bene
inestimabile di una attività lavorativa conciliabile con la genitorialità. Non si tratta
quindi di "relegare" la donna alle sue proprie mansioni di cura, escludendola dal
sociale: si tratta di conservare quelle mansioni legate a una dotazione ormonale
naturale, che garantiscono la buona crescita del bambino, favorendo il lavoro
femminile in termini di tempo, permessi, agevolazioni che lascino intatto per ogni
donna il bisogno e il piacere di dedicarsi adeguatamente al suo ruolo materno. Un
discorso molto simile riguarda la figura paterna e il suo determinante contributo
educativo: in una visione più profonda della natura umana e dei suoi bisogni, di cui la
psicologia interpreta le necessità affettive, non può più essere contrabbandato che
potere e denaro siano l'unica strada per essere felici. E' un compito della psicologia
denunciarlo: ciò che appare un sogno diventa possibile se, come esperti, uscissimo
allo scoperto e illuminassimo le forze sociali non per commentare gli abusi sui
bambini o il disagio degli adolescenti, ma per prevenirli. Credo che compito
fondamentale della psicologia, e in particolare della psicologia perinatale che tratta
della fisiologia degli affetti, sia dare un significativo contributo perché il mondo
comprenda come la felicità umana e il benessere si fondino sull'equilibrio fra attività
creativa – che suggerisce il senso del proprio valore e utilità sociale – e relazioni
affettive qualitativamente buone nutrite dal rispetto dei bisogni affettivi dell'essere
umano di cura e di tenerezza che percorrono tutta la nostra vita a partire dal
concepimento.
Infine, sarebbe importante che intorno a queste basi teoriche e alla sigla che le
rappresenta si riunissero tutti gli esperti che ruotano attorno alla perinatalità in modo
che la SIPP diventi il manifesto di una convinzione e iniziativa comune. Accanto agli
psicologi devono stare i medici, le ostetriche, gli operatori della maternità, biologi,
antropologi, insegnanti, educatori, tutti coloro che sentono l'urgenza di diffondere un
sapere che ristabilisca un equilibrio con le nostre parti affettive e promuova un'azione
di comprensione e di difesa dell'infanzia in primis, nel rispetto di quel paradigma
della cura che si è affermato nell'evoluzione della specie umana come cardine della
sopravvivenza: il discorso ecologico che oggi finalmente si fa sentire come urgenza
di un cambiamento finalizzato alla sopravvivenza della vita sul pianeta nel rispetto
dei principi di natura che non possono essere disattesi da un "progresso" stolido e
indifferente, va allargato alla considerazione del paradigma naturale della cura che
governa la vita umana nella sua parte affettiva dalla nascita alla morte chiedendone
l'approfondimento e l'applicazione in tutti gli ambiti istituzionali preposti alla cura e
all'educazione.
La sopravvivenza della specie non può essere e non è ambito di studio di un'unica
disciplina: solo un'ampia interdisciplinarietà può adoperarsi per proporre e rafforzare
un'idea della società basata su una valorizzazione del "femminile" , ignorato nel suo
valore di fondamento della vita, per incidere sull'esistente e imprimere una svolta
nella direzione di una visione veramente ecologica che includa la riscoperta delle
relazioni affettive per contribuire a superare la visione riduzionistica di un
meccanicismo materialistico diventato unico interprete della vita sul pianeta e
restituire alle operazioni di scambio fra gli uomini il fascino e la poesia che
appartengono al cervello destro, all'infanzia, ispirate alla comprensione e alla
solidarietà, modellate nelle loro esigenze dal rispetto del principio di realtà ma capaci
di imprimere alla vita umana sul pianeta e al pianeta stesso un'evoluzione arricchita
con il contributo dato dalla vita degli affetti alla comprensione del mistero
dell'esistenza e al suo pieno godimento nel benessere fisico ed emotivo.