La scienza della cura | Giuliana Mieli

La scienza della cura

La scienza sperimentale è nata in Occidente con Galileo e ha conteso al pensiero filosofico l’interpretazione della realtà: gradualmente ha applicato il suo metodo alla conoscenza del reale con una pretesa di assolutismo che andava sostituendosi al dogmatismo della filosofia scolastica. Era in ciò rinfrancata dal successo delle sue scoperte e dalla loro applicazione tecnologica che suggeriva un’inebriante capacità di dominio sulla realtà. La natura da umile e inesplorato campo di conoscenza diventava oggetto di manipolazione e la capacità umana di trasformazione a fini di utilità e “progresso” si sostituiva allo stupore della mente dell'uomo di fronte all’ignoto e alle sue domande di senso relative al mistero dell'esistenza. Senza negare i grandi vantaggi che il pensiero scientifico e la sua applicazione tecnologica hanno dato al vivere umano, tuttavia ci troviamo, cinque secoli dopo, a confrontarci con un immane problema ecologico che riguarda proprio gli effetti devastanti che tale sviluppo tecnologico e industriale ha sulla vita umana fino a comprometterne la sopravvivenza sia da un punto di vista fisico che spirituale.
Penso al destino incerto del nostro pianeta afflitto da ogni tipo di inquinamento e alla drammatica sofferenza psichica così diffusa nel mondo “civilizzato”. Il pensiero scientifico ha portato con sé infatti la surrettizia separazione mente/corpo – che caratterizza esclusivamente il pensiero scientifico occidentale, non è presente ad esempio nel pensiero filosofico delle grandi culture asiatiche come India e Cina – che ha fatto della razionalità e dei suoi strumenti la padrona delle nostre vite trascurando completamente gli effetti devastanti del suo sviluppo monocorde sulla nostra corporeità – vedi inquinamento, fretta, stress – e sulla nostra vita affettiva. La filosofia occidentale ha sempre ristretto la sua teorizzazione della natura umana alla considerazione dell' “uomo”: ma questa è solo un’astrazione rispetto alla ricchezza del vivente perché fra gli umani esiste anche la “donna”, con il suo femminile e il suo sguardo diverso sul mondo a sostegno di una scala di valori totalmente alternativa ed esiste “l’uomo nel suo farsi” cioè “il bambino” che precede l’adulto e che oggi sappiamo essere totalmente condizionato nel suo sviluppo e nella qualità del suo essere maturo dal modo in cui è stato accolto, cresciuto, educato.
Fu soltanto, e non a caso, alla fine della seconda guerra mondiale - quando l'Occidente usciva malconcio da un’età nella quale lo sviluppo tecnologico ed economico non sembravano aver portato ad alcun aumento di saggezza, anzi avevano sostenuto lo sfacelo di ben due guerre mondiali con il loro peso di morti e di orfani, la persecuzione ebraica, la decimazioni di zingari, omosessuali e diversamente abili, lo sterminio della bomba di Hiroshima - fu soltanto allora, dopo tanto orrore che accudendo nei brefotrofi inglesi i molti orfani senza casa e affetto, ci si rese conto che ambienti comodi e riscaldati e il cibo non bastavano a garantire la sopravvivenza dei piccoli ospiti. I bimbi morivano per marasma o vittime di epidemie incurabili. Quasi per caso si scoprì che soltanto l’amore e il coinvolgimento personale di chi li accudiva garantiva loro la cura affettiva necessaria per la loro sopravvivenza. I bambini avevano bisogno di accoglienza, di presenza, di affetto partecipato e generoso, di “care”, come dicono gli inglesi, perché il loro sistema immunitario riprendesse le sue funzioni. Si scoperse così che il piccolo umano ha bisogno prima di tutto di buone relazioni perché possa sopravvivere, che l’uomo è un individuo relazionale, tutt’altro che violento ed egoista come ha teorizzato ad hoc il neo- darwinismo funzionale alla nascita del capitalismo, e che solo l' empatia, la cura, lo scambio, la solidarietà, costruiscono quella rete umana di solidarietà e scambio reciproco che permette la sopravvivenza fisica ed emotiva di una specie tanto straordinaria ma tanto fragile e bisognosa di relazione. La neonata psicologia, impostata dal pensiero freudiano sul determinismo meccanicistico figlio della dominante scienza ottocentesca ha avuto bisogno degli orfani per comprendere pienamente l’essere umano e le condizioni relazionali fondamentali per la sua sopravvivenza.
John Bowlby è il fondatore di quella che è conosciuta come la “teoria dell’attaccamento” e afferma che l’interazione amorosa fra madre e bambino fin dalla gravidanza e alla nascita è governata da atteggiamenti affettivi la cui base motivazionale è posta biologicamente nei nostri ormoni: sarebbe stata un' assoluta follia, dice Bowlby, se la natura avesse affidato la cura – così fondamentale e necessaria per la sopravvivenza - all’arbitrio della volontà singola o della cultura: quando il bimbo nasce e posto sul ventre materno si arrampica, spinto dalla tensione adrenalinica accumulata al parto, verso il seno materno per congiungervisi e ripristinare il contatto affettivo simbiotico e nutriente con il corpo della propria mamma, la madre, resa partecipe dal suo carico di ossitocina, prolattina, endorfine, guarda protettiva al suo bimbo che si arrampica, innamorata e paziente: se così non fosse, potrebbe lasciarlo scivolare e cadere, facile preda del primo pericoloso nemico. Il modo di amare non è dunque un optional, è una necessità biologica. La natura ha parlato di questo amore, lo ha rappresentato nella gravidanza e nel parto ma l’uomo moderno non lo legge: la medicalizzazione imperante ha cancellato tutto, anche ciò che servirebbe per capire.
Nella gravidanza il bambino si forma nel grembo materno che lo contiene senza comprimerlo, gli propone un limite di sicurezza ma estendendosi si adatta alle sue dimensioni perché non stia stretto. Questo è il materno: un ambiente sicuro che contiene ma non comprime. In quell’ambiente sappiamo che in una gravidanza fisiologica il bambino gode di uno stato di appagamento, armonia e felicità non toccata dal dolore, che ricercherà non appena nato, non sapendo di esserlo. Non penso sia casuale che la nostra vita si fondi su questa esperienza di armonia e appagamento che non ricordiamo mentalmente ma che è impressa sensorialmente nel nostro vissuto affettivo e corporeo: tant’è che la ricerchiamo perché appunto l’abbiamo assaporata; e la natura ci suggerisce che ciò che abbiamo assaporato non è perduto per sempre nascendo, ma che non è più gratuito e resta il modello cui ispirarsi per la nostra felicità e per un agire che, attraverso la presenza e il supporto partecipe dei genitori, ci predisponga a raggiungere il pieno compimento delle nostre potenzialità attraverso la vicenda della vita a creare per noi e per gli altri un universo relazionale ispirato a quel modello di armonia e benessere.
Le figure genitoriali sono dunque figure cardini della vita e i loro ruoli sono ben delineati nell’imprinting biologico del parto e della nascita: dal mondo ovattato e armonioso dell’utero il bambino esce lentamente e gradualmente, incalzato dalla spinta incoraggiante materna che deve rinunciare al possesso totale del suo bambino per cederlo alla vita fuori di sé, in un percorso protetto e prolungato che rende il passaggio dal dentro – noto – al fuori –ignoto – il più dolce e impercettibile possibile: il bambino dopo la nascita si ricongiungerà alla mamma per iniziare quel lungo percorso di separazione che lo accompagnerà in anni di crescita fisica ed emotiva alla conquista della sua autonomia. E se la madre è il luogo di partenza e il rifugio cui ritornare in momenti di fragilità e incertezza per riassaporare il gusto noto dell’amore dell’origine, il babbo è colui che si affianca alla mamma nel percorso di crescita per mediare con la sua competenza e accompagnamento il rapporto faticoso con la realtà, prestando la sua esperienza e la sua guida autorevole. I due ruoli genitoriali sono ugualmente importanti nella loro complementarietà: solo la saldatura complice dei due ruoli affettivi garantisce la piena riuscita dell'emancipazione dalla dipendenza e la maturazione affettiva. Franco Fornari chiamava queste predisposizioni affettive “codici affettivi” , ne riconosceva il fondamento biologico e li configurava come forze vitali per la conservazione e per l’espressione dell’energia infantile: e giustamente ravvisava la funzione genitoriale - nella modalità di ascolto, comprensione e partecipazione educativa - come modello cui devono ispirarsi tutte le funzioni di cura o educazione, nella scuola, nel sostegno di chi è fragile e bisognoso anche temporaneamente perché malato, sofferente o solo, per chi è in difficoltà, per chi è isolato e bisognoso di aiuto. Il modello cui ispirarsi è dunque quello della cura materna e paterna , nel loro incrocio in cui l'uno ispira e contiene l’altro: sarebbe la conquista, finalmente nella storia dell’uomo, di una conoscenza e di una saggezza ispirata dalla considerazione e comprensione del bambino e del suo crescere che enfatizza l’importanza della prolungata cura materna ma anche e altrettanto suggerisce l'immagine di un paterno non più sadico e autoritario, ma intriso del suo proprio femminile capace di trasformare l’autorità stupida e oppressiva in un' autorevolezza che guarda con amore chi impara, educa e insegna con la propria esperienza e conoscenza, preparando alla vita nel rispetto dei talenti naturali di cui ognuno nella sua originalità e unicità è portatore: strumento perché la storia dell’uomo si trasformi in un grande affresco dove ognuno contribuisce con la propria vita e creatività al tessuto variopinto della natura che diviene.
“Quando il teologo francese Teilhard de Chardin a metà del secolo scorso predisse che gli umani un giorno avrebbero imparato a sfruttare le energie dell'amore e che tale progresso sarebbe stato tanto fondamentale per la storia dell'umanità quanto la scoperta del fuoco, la sua previsione fu considerata pura utopia. Oggi non è più così dato che negli ultimi devenni del ventesimo secolo la natura dell'amore e il modo in cui la capacità di amare si sviluppa sono diventati oggetto di analisi scientifica, le cui implicazioni sono di importanza almeno equivalente a quelle degli studi di genetica, elettronica o teoria quantistica”.


Bibliografia:

M. Odent - "La scientificazione dell'amore” Apogeo/Urra, Milano 2008"